Ashtanga Yoga

Per Ashtanga Yoga si intende lo yoga degli otto rami (ashta=otto, anga=membra/ramo).
Così come descritto da Patanjali negli Yoga Sutra, il percorso sul sentiero dello yoga attraversa questi otto passi fondamentali che fungono da linee guida per vivere una vita piena, in salute e che conduce verso l’autorealizzazione aiutando a riconoscere gli aspetti spirituali della propria natura.
Conosciuto anche come Ashtanga Vinyasa Yoga, questo metodo è stato promosso e tramandato a noi da Sri K.Pattabhi Jois.

Pattabhi Jois iniziò i suoi studi nel 1927 all’età di 12 anni, sotto la guida di Sri T. Krishnamacharya. Dal 1930 al 1956 ha studiato Sanskrit Sahitya Veda e Advaita Vedanta presso il Mysore Maharaja Sanskrit College. Si è dedicato alla pratica quotidiana delle asana e all’approfondimento dello yoga, studiando gli antichi testi originali. Ricevuto il grado di Vidwan nel 1937 è stato nominato professore e direttore del dipartimento di yoga presso il Maharaja Sanskrit College di Mysore e ha ricoperto questo incarico fino al 1973. Nel 1948 ha costituito il primo istituto per l’insegnamento di questa pratica yoga: l’Ashtanga Yoga Research Institute (AYRI) con lo scopo di praticare e sperimentare il valore curativo dello yoga come descritto negli antichi testi. Dal 1976 al 1978 è stato professore onorario di yoga presso il Government College of Indian Medicine. Sri K. Pattabhi Jois è diventato famoso grazie all’insegnamento di un metodo, l’Ashtanga yoga, caratterizzato dal vinyasa: sistema di respiro e movimento.

Il nome Ashtanga significa letteralmente 8 livelli:
Yama – Regole etiche
Niyama – Osservanze, discipline corporali e psichiche
Asana – Posture
Pranayama – Sviluppo del prana o energia vitale
Pratyahara – Controllo dei sensi
Dharana – Concentrazione
Dhyana – Meditazione
Samadhi – Realizzazione, beatitudine

Questo antico metodo è caratterizzato da una sequenza di posizioni concatenate tra loro e sincronizzate con il respiro. La sicronia/unione tra movimento e respiro prende il nome di “Vinyasa“. Il respiro unisce il corpo con la parte più profonda della mente – lo spirito – e lo spirito della pratica dell’Ashtanga Yoga è il respiro.

Ujjayi
Il particolare respiro (respiro sonoro) utilizzato nell’Ashtanga Vinyasa Yoga è chiamato Ujjayi (respiro vittorioso). Una speciale tecnica di respirazione che attraverso una leggera chiusura della glottide produce un suono nella parte posteriore della gola, mentre si inspira ed espira attraverso il naso. Lo scopo principale è quello di creare un ritmo nel respiro e di conservarlo per tutta la pratica, il suono dell’Ujjayi diventa un mantra per focalizzare la mente. Durante la pratica, questo particolare respiro è mantenuto in allineamento con i movimenti. Il costante ciclo di inspirazione ed espirazione consente di calmare la mente e diventa il punto di focalizzazione del pensiero.

Bandha
Un altro fondamento dell’Ashtanga Yoga sono i bandhas, o contrazioni/chiusure muscolari che permettono di regolare il flusso del prana (forza vitale) che scorre nel corpo all’interno di sottili canali energetici chiamati nadi. Ci sono diversi tipi di chiusure che vengono descritte nel nostro corpo e sono la base nella pratica delle asana e del pranayama. Queste contrazioni di gruppi muscolari assistono il praticante non solo a rimanere nella postura, ma anche nell’entrata e nell’uscita della stessa.
Mūla Bandha, o “chiusura della radice”, è la contrazione dell’ano che implica la contrazione del centro del perineo e dei genitali.
Uḍḍīyāna Bandha, che significa “volare verso l’alto”, è la contrazione della parte bassa addominale verso la colonna vertebrale, questo bandha è considerato il più importante in quanto supporta la nostra respirazione: impedisce la caduta degli organi addominali verso il basso permettendo così una piena espansione del diaframma.
Jàlandhara Bandha, “chiusura della gola”, si ottiene abbassando leggermente il mento mentre si solleva lo sterno e portando lo sguardo alla punta del naso.

Sincronizzando il movimento con il respiro (Vinyasa) e praticando Mulabandha e Uddiyanabandha, si produce un intenso calore interno, questo calore purifica i muscoli e gli organi facendo espellere le tossine nocive e diffondendo nell’organismo gli ormoni benefici e i sali minerali che possono nutrire il corpo. Il Vinyasa assicura un’efficiente circolazione del sangue e il risultato è un corpo forte e leggero.
Se il respiro nutre l’azione e l’azione nutre la postura, ogni movimento diventa gentile, preciso e stabile. Respirare per noi è atto vitale e fondamentale per eccellenza e continene un’essenza divina.
Acquisendo la capacità di un respiro lungo e profondo la mente diviene calma e concentrata, i pensieri si fermano e ciascun movimento fluisce gentilmente ed accuratamente da un’asana all’altra.

“Quando respiro e movimento fluiscono senza sforzo ed in perfetta armonia, allora la pratica dell’Ashtanga Yoga trascende la consapevolezza e si evolve nella leggerezza di una meditazione in movimento”.
Lino Miele

Drishti
Drishti (dṛṣṭi), è un punto dove rivolgere lo sguardo o focalizzare l’attenzione, fissando lo sguardo fisico su un punto si ritirano i sensi e l’attenzione viene rivolta verso l’interno.
Ci sono in totale nove drishti:
1) Nāsāgrai: alla punta del naso, centro dei nadi Ida e Pingala.
2) Bhrūmadhya: al terzo occhio (Ajna Chakra).
3) Nābhicakra: all’ombelico.
4) Hastagrai: alla mano, solitamente con le braccia distese.
5) Pādayoragrai: agli alluci.
6 & 7) Pārśva: al lato, destro o sinistro.
8) Aṅguṣṭha madhyai: ai pollici.
9) Ūrdhva o Antara: al cielo, verso l’alto.

Yama e Niyama
Sono i primi due rami e riguardano i principi di condotta dello Yoga.

Yama, il primo ramo, si suddivide in 5 parti, sono regole etiche da seguire nel comportamento verso gli altri:
– Ahimsa (non violenza, evitare di ferire gli altri con pensieri, parole o azioni)
– Satya (sincerità, uso benevolo della parola)
– Asteya (onestà, non rubare, non appropriarsi di ciò che non ci appartiene sia in senso fisco che mentale)
– Brahamacharya (continenza sessuale, conservare/non sprecare il fluido vitale)
– Aparigraha (non avidità nel possedere)

Niyama, il secondo ramo, si suddivide in 5 sottorami,  sono regole etiche da seguire nel comportamento verso se stessi:
– Saucha (purificazione, intesa sia come purificazione interna che esterna)
– Santosha (accontentarsi, contentezza, essere sempre felici e non provare alcun rimpianto)
– Tapas (austerità, riti eseguiti per disciplinare il corpo e gli organi di senso)
– Svadhyaya (studio e conoscenza di sé)
– Ishvarapranidhana (abbandono alla volontà divina, compiere qualsiasi azione senza aspettative)

Serie – Asana
Nonostante sia elencata come terzo “ramo”, la pratica delle posture (āsana) rappresenta per il sādhaka (aspirante spirituale – studente) la porta di ingresso, l’inizio della sādhana (disciplina spirituale) nell’ottuplice sentiero dello Yoga.
Attraverso l’esperienza fatta durante la pratica, si è automaticamente portati a sentire, comprendere e sviluppare anche i primi due rami dell’Ashtanga che riguardano i principi di condotta: yama (comportamnto verso gli altri) e niyama (comportamento verso se stessi).
Ci sono tre serie di sequenze nel sistema dell’Ashtanga Vinyasa Yoga. La prima serie (Yoga Chikitsa) elimina le tossine e allinea il corpo. La serie intermedia (Nadi Sodhana) purifica il sistema nervoso attraverso l’apertura e la pulizia dei canali di energia. Le serie avanzate A – B – C – D  (Stira Bhagah Samapta) integrano la forza e la grazia della pratica e richiedono un alto livello di flessibilità ed umiltà.
Ogni livello deve essere del tutto stabilizzato per passare a quello successivo e l’ordine della sequenza deve essere meticolosamente rispettato. Ogni postura è una preparazione per quella successiva e permette di sviluppare la forza, l’equilibrio e la concentrazione necessari per proseguire.
Nella trasmissione del metodo, secondo la tradizione, è l’insegnante a guidare lo studente nella progressione alla conoscenza degli Asana.

Pranayama
Per prāna in senso generico possiamo intendere la somma di tutte le energie vitali contenute nell’universo.
Secondo la tradizione indiana esistono 5 elementi in natura (Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Etere) che sperimentiamo nella quotidianità sempre unite e miscelate tra loro. Secondo gli yogi ciò che caratterizza la vita è la sua capacità di attrarre, accumulare e trasformare il prāna per permetterci poi di agire.
Durante gli esercizi di Prāṇāyāma entriamo in contatto con la “aria pura”, intesa come elemento, nella sua forma più pura ed originaria; questo è possibile grazie all’attivazione di Vishudda Chackra (il 5° chackra – gola) che in questo caso purifica l’aria esterna in modo tale da farla entrare nel nostro sistema nella sua forma originaria chiamata Prāna.
Definire il Pranayama come “esercizi respiratori” è estremamente limitante.
Prana = aria pura, energia vitale.
Ayama = progresso, sviluppo, controllo, espansione, regolazione.
Possiamo quindi definire il Pranayama come lo sviluppo del Prana o dei poteri vitali (la scienza del controllo del Prana).
Come lo stesso Sri K.Pattabhi Jois chiarisce nel suo scritto “Yoga Mala“: per eseguirlo occorre praticare anche il passo precedente, vale a dire Asana. Una volta che si sono imparati bene gli Asana tanto da praticarli con “facilità”, il ramo successivo è quello del controllo del respiro e dell’energia collegata ad esso (Pranayama).
Tale sequenzialità è ben spiegata anche negli “Yoga Sutra” dove Patanjali indica un’ordine preciso da rispettare e da seguire nel processo di ascesa dell’Ashtanga Yoga.

Se con la pratica di Asana si eliminano le malattie del corpo e dei sensi, il Pranayama:
– Facilita la concentrazione mentale
– Aumenta il proprio livello energetico
– Rinforza gli organi sensoriali
– Calma la mente senza renderla instabile
– Cura automaticamente le malattie presenti nel corpo, negli organi sensoriali e nella mente.
– La mente raggiungerà la concentrazione necessaria che le consentirà di percepire il sé interiore.

E’ molto importante focalizzare la mente in una sola direzione ma poiché la mente è per sua natura molto instabile, le è difficile mantenersi in quello stato, il Pranayama è indispensabile per renderla fissa e stabile.
Pranayama significa introdurre la forza sottile dell’aria vitale attraverso rechaka (espirazione), puraka (inspirazione) e kumbhaka (ritenzione): solo questi tre kriya praticati insieme ai tre bandha (Mūla,Uḍḍīyāna e Jàlandhara) possono definirsi Pranayama.
Quando il respiro viene trattenuto dopo una inspirazione, viene chiamato antara kumbaka (interno, interiore). Quando viene trattenuto dopo una espirazione, viene chiamato bahya kumbhaka (esterno, esteriore).
Con la pratica del Pranayama la mente si fissa su un solo punto e segue il movimento del respiro. Controllando il respiro nei suoi tre momenti (rechaka, puraka e kumbhaka) è possibile orientare la mente in un’unica direzione. La mente diventa in questo modo adatta per la concentrazione. Il Pranayama non è solo uno strumento per stabilizzare la mente ma anche la via per la concentrazione: Dharana.

Parampara
È la conoscenza che viene trasmessa dal maestro all’allievo. Il significato della parola sanscrita indica il principio della trasmissione della conoscenza nella sua forma più pura e preziosa: la conoscenza basata sulla pratica e sull’esperienza diretta.
Il dovere dell’insegnante è quello di trasmettere lo yoga esattamente come lo ha imparato dal suo guru. Il dovere dell’allievo è quello di sforzarsi di capire gli insegnamenti del guru e di praticare diligentemente.
L’amore ed il rispetto tra insegnate e studente, in un rapporto coltivato nel tempo, fanno crescere la conoscenza.

T. Krishnamacharya       Krishna Pattabhi Jois       Lino Miele

 

Mantra iniziale

mantra1
Om
vande gurunam caranaravinde
sandarshita svatma sukha va bodhe
nih sreyase jangalika yamane
samsara halahala mohasahantyai
abahu purushakaram
shankacakrasi dharinam
sahasra shirasam svetam
pranamami Patanjalim
Om

Om
Mi inchino e onoro i piedi di Loto del Maestro supremo che insegna il giusto sapere,
mostrando la via per giungere a conoscere la grande gioia del risveglio del Sé;
Egli è il guaritore della giungla,
conosce come sconfiggere il veleno dell’ignoranza di un’esistenza condizionata.
A Patanjali, un’incarnazione di Adisesa,
di colore bianco dalle mille teste sfolgoranti (in forma di serpente divino Ananta)
è di aspetto umano al di sotto delle spalle e impugna una spada (discriminazione)
una ruota di fuoco (un disco di luce che rappresenta il tempo infinito)
e una conchiglia (suono divino) a Lui,
Io mi inchino
Om


Mantra finale  (Mangala Matra)

mantra2
Om
svasti praja bhyaha pari pala yantam
nya yena margena mahi mahishaha
go brahmanebhyaha shubamastu nityam
lokah samastah sukhino bhavantu
Om shanti shanti shanti

Om
Che la prosperità sia glorificata,
che i governanti (amministratori) governino il mondo secondo legge e giustizia,
che la divinità e l’erudizione siano protette,
che i popoli di tutto il mondo siano felici e prosperi
Om pace, pace, pace.


Bhdram Shanti Mantra 

Om
Bhadram karnebhih srunuyama devah
Bhadram pasyemakshabhiryajatrah
Sthirairangaistustuvagamsastanubhih
Vyasema devahitam yadayuh
Swasti nah indro vrddhasravah
Swasti nah pusa visvavedah
Swasti nastarksyo aristanemih
Swasti no brhaspatirdadhatu
Om shanti shanti shanti

Om
O Divinità, mentre siamo impegnati nei sacrifici,
che noi possiamo ascoltare con le nostre orecchie ciò che è propizio,
che noi possiamo vedere con i nostri occhi ciò che è fausto.
Mentre lodiamo il Signore, che noi possiamo di forte e stabile membro,
godere della vita donataci dalle divinità.
Che possa Indra, di fama antica, benedirci,
che possa Pusa, che tutto conosce, benedirci,
che possa Garuda, il distruttore del male, benedirci,
che possa Brhaspati benedirci.
Om pace, pace, pace.